Nonostante Fukushima ovvero il sudest asiatico, El Dorado dell'industria nucleare

1046

centrale_nucleare_indianaA poco più di due anni dal disastro di Fukushima, ricordato da numerose manifestazioni anti nucleare in diverse capitali del mondo e celebrazioni commemorative per le vittime in patria, è possibile azzardare un primo bilancio su quanto effettivamente avviene in termini di investimenti in energia atomica nelle principali economie ad Est dell’Europa. Traggo spunto da un articolo letto pochi giorni fa sul quotidiano tedesco “DIE WELT”. Mi ha incuriosito apprendere che, benché nella maggior parte dei paesi occidentali industrializzati la paura generata dal contraccolpo Fukushima abbia costretto i governanti ad un ripensamento in termini di approvvigionamento energetico (che non significa ahinoi rinuncia al nucleare bensì tentativo di integrazione con altre forme di energia e non tanto per rispetto della natura o timore possano ripetersi catastrofi di tale portata, quanto per interesse economico e spesso pura propaganda politica), la domanda di energia atomica nelle grandi economie asiatiche è al contrario in costante crescita, secondo un terribile climax di cui noi occidentali facciamo finta non essere al corrente o sembra non ci accorgiamo affatto. Eppure le notizie che quotidianamente si possono leggere sui media a proposito delle conseguenze delle scellerate politiche energetiche soprattutto di Cina e India ci offrono numerosi input e suggestioni al riguardo. Siamo ben lontani dall’auspicato addio al nucleare, per lo meno quello strombazzato dai governi delle superpotenze occidentali negli organi di stampa nell’immediato post Fukushima, e molte sono le nazioni che non solo continuano a utilizzare impianti già in funzione da anni, ma che addirittura investono ingenti capitali nella costruzione ed allestimento di nuove centrali. Come scrivevo poc’anzi, tale è l’atteggiamento delle economie in via di sviluppo dell’immenso continente asiatico: ben 68 nuovi reattori nucleari in fase di costruzione alla fine del 2012, di questi, 44 dislocati in Asia; 110 reattori sono al momento in fase di progettazione, circa la metà dei quali si trovano in Cina e in India. Le due nazioni più popolose del mondo hanno già annunciato che aumenteranno la propria quota di produzione di energia nucleare dal 4 al 9%.

Quando si parla di Cina in tema di produzione di energia, l’attenzione dei media è quasi del tutto catalizzata, e giustamente, dal “miracolo delle rinnovabili”: la Cina è già il più grande produttore del pianeta di energia eolica ed è previsto supererà nel 2013 la Germania in termini di consumazione di energia da fotovoltaico, diventando così assoluto leader mondiale non solo nella produzione dei pannelli solari. Ma si parla anche di inquinamento, e le notizie sono sempre più allarmanti tanto più che siamo ben consapevoli del fatto che non tutto è documentabile dalla stampa – perché non può o perché vuole tacere – quando si verificano episodi di entità tale da mettere in pericolo la salute di tutti e non solo della popolazione della Repubblica Popolare (ma questo non capita solo in Cina). Tuttavia il governo di Pechino è ben consapevole dei danni prodotti dall’utilizzo dei derivati del carbone per la produzione di energia e si impegna a ridurre le emissioni di CO2 nell’atmosfera, non tanto per rispetto delle normative internazionali quanto per calcolo, diciamo così, o tornaconto personale; tutto sta a vedere come sia possibile attuare una tale rivoluzione energetica. La risposta è già à “la carte”: aumenterà la produzione da energia eolica, idroelettrica e quella da nucleare. In un’intervista a Deutsche Welle, speiga Zhou Zhiwei dell’Istituto di Tecnologia Nucleare alla Tsinghua University di Pechino: “l’espansione del nucleare per il governo cinese è di importanza strategica. Una riduzione significativa delle emissioni di CO2 potrà significare solo espansione dell’energia nucleare.” Entro il 2020 la Cina raggiungerà un tasso di produzione di 60-70 gigawatt da energia nucleare, quasi quanti sono attualmente prodotti in Francia. “Indispensabile – continua Zhou – visto che lo sviluppo di energia idroelettrica è già stato causa di polemiche su scala internazionale e potenziale rischio di conflitto con i paesi confinanti”.

E l’India non sta certo a guardare. Così come quello dei vicini cinesi, il governo indiano investe copiosi capitali nel perseguimento dell’espansione del nucleare e fa grandi affari con i nostri cugini francesi: dal 2010 vanno avanti i negoziati fra le due nazioni per la costruzione a Maharashtra, nell’India occidentale, di sei reattori moderni ad acqua pressurizzata del tipo EPR,​​ grazie al gigante, indiscusso leader mondiale per la produzione di energia nucleare, Areva. L’EPR è considerato insieme al modello AP1000 del produttore statunitense Westinghouse, come il massimo punto di riferimento in termini di sicurezza – almeno dal punto di vista degli ingegneri che vi lavorano. Anche l’India dunque procede indefessa, nonostante le proteste dei cittadini e degli agricoltori: “Poco prima che il presidente francese Hollande venisse in visita in India, a metà febbraio, il governo indiano aveva rialzato la somma di indennità (o risarcimento) da offrire agli agricoltori in cambio delle terre necessarie alla preparazione del nuovo cantiere in situ. Tuttavia i contadini rifiutarono l’importo offerto, anche se era molto al di sopra del prezzo di mercato, ovviamente contrari alla costruzione di nuove centrali nucleari nella Regione”. Eppure, nonostante le proteste dei poveri, molti sono gli imprenditori indiani e non interessati al nuovo business e le fazioni politiche sembra siano sempre più vicine all’accordo “perché l’India – dice Uday Bhaskar, esperto indiano di sicurezza – ha bisogno di energia da tutte le fonti disponibili”.

Anche la tanto desiderata svolta giapponese si fa attendere (vedi anche precedente articolo). In Giappone, nonostante la fusione dei tre reattori di Fukushima e il rilascio di radioattività nella misura di circa un quinto di quello di Chernobyl, non si è ancora usciti definitivamente dal nucleare. Per il momento solo due su un totale di 50 reattori giapponesi sono effettivamente in uso. Cosa accada realmente degli altri 48 è un bel quesito aperto. Di fatto non ci sono piani per la costruzione di nuovi reattori, ma le importazioni giapponesi di combustibili fossili per la produzione di energia hanno nel frattempo portato ad un deficit commerciale record, e tutto ciò torna a vantaggio dei sostenitori del rilancio dell’energia nucleare “sicura” (nonostante il rischio terremoti e maremoti?). Naturalmente e non a torto i critici antinuclearisti giapponesi temono che alla fine accordi e compromessi tra autorità di vigilanza e industria del nucleare avranno la meglio sul buon senso e l’esperienza storica, per quanto recentissima.

Il Vietnam prevede entro il 2020 la messa in servizio del suo primo reattore nucleare, e si prefigge entro il 2030 la costruzione di altri otto. Russia e Giappone hanno già firmato contratti per la costruzione dei primi reattori: niente di strano se si pensa che l’Istituto giapponese JAEA è impegnata da oltre dieci anni nella formazione dei professionisti vietnamiti attivi nell’ambito dell’energia atomica. Il Vietnam è un Paese ancora poverissimo, non sarà difficile persuadere il governo centrale dei vantaggi economici conseguenti la realizzazione di una tale impresa. E per quanto riguarda l’Indonesia? Nonostante si tratti di una regione ad altissima attività sismica e vulcanica, i pianificatori nucleari, forti della crescente domanda di energia elettrica del paese in “avanzatissimo stato di industrializzazione”, avranno la meglio sui pareri dei detrattori del nucleare. Di fatto quattro nuove centrali saranno connesse alla rete entro il 2015, nonostante la carenza di effettive norme di sicurezza nazionale.

NESSUN COMMENTO